C’è un uomo sulle colline di Alessandria che ha dedicato un pezzo di terra — e un pezzo di vita — a rose che il mondo ha quasi dimenticato. Si chiama Marco Baldizzone, e nel suo giardino di una quarantina di metri quadri, più qualche lembo di terra strappato ai bordi del comune e un appezzamento dedicato alle rose da sciroppo, custodisce una collezione di circa trenta varietà storiche italiane. Rose che non fanno rumore, che non si trovano nei garden center, che non esplodono in fioriture spettacolari. Rose che, come dice lui stesso, vanno aspettate.
Tutto è cominciato nel 2011, a Milano, a Orticola. Era un’edizione speciale, dedicata proprio alle rose storiche italiane, e Marco ci è entrato da curioso e ne è uscito innamorato. «Mi hanno parlato» racconta. «Sono rose di nicchia, con una storia travagliata, e tra me e loro è scattato qualcosa». Quel giorno ha trovato le prime piante da La Campanella e L’Ippocastano — due vivai storici per le rose italiane. La Campanella nel frattempo ha chiuso i battenti; L’Ippocastano, a Formigine, è ancora attivo. Chi vuole cercarle oggi trova una delle selezioni più ricche da Fior di Rosa — un vivaio giovane che ha raccolto in parte l’eredità e la collezione de La Campanella.

Ma cosa sono, esattamente, queste rose italiane? Sono le figlie di un’epoca d’oro dell’ibridazione nostrana, che va grossomodo dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento, quando una manciata di ibridatori italiani — per lo più figure oggi dimenticate dal grande pubblico — crearono varietà di grande eleganza e carattere. Nomi come Domenico Aicardi, sanremese, che ci ha lasciato rose come Signora Puricelli, Eterna Giovinezza e Gloria di Roma. O come Luigi Giacomasso, torinese, dal cui lavoro è nata l’Antonelliana, dedicata alla Mole. O ancora Quinto Mansuino, le cui “mansuiniane” erano rose pensate esplicitamente per il vaso, varietà compatte come Mongioia, Rubino, Generosa, Diavoletta e Purezza — quest’ultima un ibrido di banksiae, la rosa selvatica che in primavera esplode in cascate di piccoli fiori bianchi o gialli. E poi Attilio Ragionieri, con il suo Ibrido di Castello, anch’esso ibrido di banksiae; Bonfiglioli, che ci ha dato la Clementica Carbonieri e la celebre Variegata di Bologna, a strisce bianche e cremisi, ancora oggi una delle rose antiche più riconoscibili. Febo Cazzaniga con Rea Silvia e Cingallegra; Embriaco con Biricchina. E infine Giulio Pantoli, che Marco chiama con affetto “l’ultimo degli dei”, autore di Catia Pantoli e Bella Ciao.
Queste rose hanno una caratteristica che le accomuna tutte e che, paradossalmente, è stata anche la loro condanna commerciale: rimangono piccole e basse, con fioriture misurate, mai esagerate. In un mercato che premiava la spettacolarità, questa sobrietà le ha marginalizzate. Eppure sono rose bellissime, con poco bisogno di cure, capaci di sorprendere chi ha la pazienza di aspettarle. L’unica debolezza concreta è la ticchiolatura, la malattia fungina che macchia le foglie — un difetto comune a molte rose antiche, ma gestibile.
Marco coltiva anche qualcosa di più raro: rose da sciroppo. I petali vengono raccolti e trasformati in uno sciroppo profumatissimo, secondo una tradizione che affonda le radici a Busalla, nella Val Scrivia, in Liguria, dove le centifoglie muschiose venivano coltivate appositamente per questo uso. È un angolo di storia rurale quasi sparito, che Marco tiene in vita con la stessa cura con cui preserva le sue varietà storiche.
Dopo Pantoli, racconta, il grande vuoto. «A parte Rolando Zandri, è stato l’ultimo dei grandi ibridatori italiani.» Oggi il testimone è passato a Davide Dalla Libera, l’ibridatore che Marco segue con più interesse — e al quale appartiene anche Ilaria Alpi, una rosa che porta il nome della giornalista uccisa in Somalia nel 1994, e che Marco coltiva con particolare affetto. Tiene d’occhio anche il lavoro di Marc Alberici, e ha nel giardino alcune rose di Roberto Serra, attivo negli anni Novanta, autore di belle ibride di tè.
E poi c’è il suo esperimento personale, ancora senza nome: un incrocio tra Carla e Gianna Ponzi, due rose italiane, che ha dato vita a una rosa rossa molto profumata. Marco la sta osservando, valutando. Per ora non ha un nome. Ma chi lo conosce sa che quando sarà il momento, troverà quello giusto.
Del resto, le rose italiane vanno aspettate.












Nell’ordine:
Geffel – Pironti Di Campagna – 1965
Katia Pantoli – Pantoli – 1957
Romanina – Zandri – 1974
Rubino – Mansuino – 1965
Pironty Tournedos – Pironti Di Campagna – 1975
Antonelliana – Giacomasso – 1952
Sant’Antonio da Padova – Saonara – 1963
Variegata di Bologna – Lodi – 1909
Arabesque – Serra – 1997
Ricordo di Giosuè Carducci – Lodi – 1910
Clotaria – Stazione Sperimentale di Sanremo – 1936
Ibisco – Cazzaniga – 1949